Il Capitalismo di Marx e la Tecnica di Heidegger

Nei primi decenni del ventunesimo secolo l’espressione ‘Capitalismo’ sembra essere sostituita dal termine ‘Tecnica’, avviene quindi uno spostamento filosofico da un lessico marxiano a un lessico heideggeriano

di: Francesco Monico

Pubblichiamo un estratto dall’articolo “Il Capitalismo di Marx e la Tecnica di Heidegger” di Francesco Monico, edito da cheFare, che ringraziamo per la possibilità concessa.

 

Nel primi decenni del XXI secolo passa quasi inosservata la sostituzione nel dibattito pubblico dell’espressione ‘Capitalismo’ con quella di ‘Tecnica’. 1

È quest’ultima apparentemente differente, ma segretamente analoga sia nei presupposti che negli esiti. Proprio questa analogia produce una risorsa di punti di vista, sviluppi concettuali e immaginari, utili a costruire una consapevole coerenza in questo inizio secolo in trasformazione.

Nei primi decenni del ventunesimo secolo l’espressione ‘Capitalismo’ sembra essere sostituita dal termine ‘Tecnica’, avviene quindi uno spostamento filosofico da un lessico marxiano a un lessico heideggeriano2.

Questo scambio, secondo più pensatori, rappresenta il disinnesco all’alba del XXI secolo di qualsiasi volontà di reazione di fronte a un Capitalismo ormai sovrano. Questo perché la ‘Tecnica’ è proprio da Heidegger presentata non come risultato di una pratica dell’umanità, bensì come l’implicazione di un pensiero da lui definito ‘metafisico’ nato nell’Accademia greca, ovvero come ‘surriscaldamento’ inevitabile di una razionalità premessa dal pensiero platonico. Tale visione dà il caso della Tecnica come costitutiva del fenomeno umano, impedendone quindi qualsiasi addomesticazione, essendo il pensiero metafisico la fonte di produzione l’umano moderno. Ne consegue che non ci resta che abbandonarci a essa, perché nulla si può verso di essa poiché è il compimento dello stesso pensiero calcolante razionale occidentale.

Ma in un’epoca di mutamento di paradigma come quella attuale è utile raccogliere i due termini, Capitalismo e Tecnica, in un’endiade. Ovvero in una figura retorica per cui un concetto ancora indefinito viene espresso da due termini coordinati secondo, similitudini e distanze, tensioni e attrazioni di senso. Perché un’endiade definisce un unico insieme di rispettivi insiemi, di cose simili e dissimili, che può attivare un motore concettuale per immaginari mai prefigurati.

L’espressione ‘Capitalismo’ viene sostituita dal termine ‘Tecnica’, avviene quindi uno spostamento filosofico da un lessico marxiano a un lessico heideggeriano

 

Ed ecco che Capitale e Tecnica sono dissimili perché il capitale, per come lo pensa Marx, è forza-lavoro, fonte del plus-valore, investimento, ma è anche e sopratutto inteso come l’oggettivazione sociale dell’agire umano nella storia.3

È il prodotto di quel processo dialettico che chiamiamo storia che non è una storia di idee o di religioni, ma è il prodotto dei rapporti di forza, sociali ed economici, i quali ognuno proponendo una propria visione del mondo, definiscono una dialettica del potere tra gruppi di interesse eterogenei. Le storie quindi sono delle prospettive di cambiamento che presentano ognuna la loro propria visione del mondo. Ogni storia è espressione di un interesse e lo racconta nel teatro, nel cinema, nella musica, nell’educazione e nei corsi di formazione. Proponendo una prospettiva le storie trasformano la realtà in un racconto che è cronaca, descrizione, rapporto di un mondo mediante arte, cultura, scuola. Le storie sono il prodotto dei mezzi di produzione, ovvero le applicazioni concrete del fare e delle conoscenze umane (forza lavoro, mezzi di produzione, conoscenze) di una data società. Il Capitale quindi è un oggetto non come constatazione autonoma, ma come esito di una pratica umana che, proprio per questo, può essere tolto dall’azione umana.4 Da qui l’idea propria del marxismo che i filosofi abbiano solo interpretato il mondo fino alla modernità, e che quindi si tratta di trasformarlo fino all’esortazione ai proletari di tutto il mondo a unirsi.

Le storie sono il prodotto dei mezzi di produzione, ovvero le applicazioni concrete del fare e delle conoscenze umane

 

Al contrario in Heidegger la Tecnica non è il prodotto di un agire storico dell’essere umano, non è un qualche cosa prodotto dall’umano.5 In Heidegger la Tecnica è la possibilità del manifestarsi della metafisica occidentale, ovvero di quel pensiero pensato da Platone, il mondo delle idee e dell’iperuranio, che rappresenta il fondamento di un mondo fatto di oggetti puramente mentali, ai quali non corrisponde nulla di reale e che porta all’oblio delle reali presenze, influenze e relazioni naturali, ovvero alla forma più genuina, vera e non pensata, della vita. Secondo questa interpretazione la ‘metafisica’ porta alla dimenticanza della vita come presenza nel mondo, come esperienza, relazione, contingenza e verità, mentre viene surriscaldata la rappresentazione mentale e astratta, artefatta e storica a disposizione dell’agire umano.

Questo pensiero ‘metafisico’ trova la sua archeologia nell’immaginario iperuranico del mondo delle idee platoniche secondo il quale le cose appartenenti alla realtà sensibile non sono altro che copie imperfette delle idee, che sono i modelli necessari per confrontare tra loro le cose del mondo che risiedono in uno spazio teorico, eterno e puro, chiamato appunto Iperuranio, dove sono le idee immutabili e perfette, raggiungibili solo dall’intelletto, non tangibili dagli enti terreni e corruttibili. Le idee quindi sono costanti e proprio grazie alla loro invariabilità ci permettono di utilizzarle come matrici delle cose reali nel pensiero. Questo immaginario è appunto la ‘metafisica’ occidentale, ovvero il pensare il mondo come insieme di archetipi, modelli e matrici del pensiero e non come insieme di cose mutevoli della natura, pensarle quindi come assolute e non come oggetti concreti e fluidi. Questo immaginario rappresenta l’archeologia del pensiero calcolante-razionale, ovvero della scienza e della Tecnica.

La metafisica platonica del mondo delle idee rappresenta l’origine del pensiero calcolante e astratto, rimasta come idea filosofica per tutta l’età antica e diventata l’asse portante del pensiero occidentale nella modernità con Cartesio a partire dal quale il mondo oggettivo e intangibile diventa ‘pensato’, quindi reso disponibile per un pensiero soggettivo; poi in Kant laddove il mondo è ‘pensato’ in quanto esito di una posizione pratica; quindi l’Idealismo tedesco porta Fichte a porre il non-io dall’io; nella modernità arriva Hegel a sostenere che tutto ciò che è è posto dal soggetto, e quindi Marx per il quale il mondo capitalista è visto come produzione soggettiva nella storia della prassi umana, fino a esaurirsi in Nietszche laddove tutto l’essente è il frutto di una mera volontà di potenza.

Metafisica che, dopo la formulazione antica, si è presentata con la stampa a caratteri mobili a metà del 1400 che ha amplificato il pensiero calcolante-razionale. Infatti nel 1500 la stampa a caratteri mobili generò una richiesta di titoli nuovi, quindi portando alla pubblicazione dei testi greci veicolando una riscoperta del platonismo e dell’empirismo, portando dritto all’esplosione di un pensiero scientifico nel 1600, che diventò prassi politica nel 1700 portando il calcolo a divenire misura dell’umano. Nell’800 e 900 quindi la rivoluzione scientifica e industriale porta all’emersione della tecnoscienza che trova il suo compimento nei primi anni del ventunesimo secolo.

La metafisica nella modernità ha trasformato a fondo la nostra vita quotidiana creando un mondo astratto, misurabile e soggetto a inferenze logiche, ma che non risponde ad alcuna domanda sul senso. È quindi lo stesso Heidegger a dichiarare che la metafisica occidentale realizza una visione del mondo che pensa le strutture profonde dei soggetti e delle cose come illimitamente manipolabili, sfruttabili, e che di conseguenza implica un mondo in forma di Tecnica che usa l’essere umano stesso come soggetto e struttura, mentre ciò che esiste, tutto quello che è, diventa un magazzino/sfondo sfruttabile illimitatatmente, disponibile appunto per l’agire tecnico (bestand).

In queste due posizioni la grande differenza risiede nel fatto che il Capitalismo di Marx, in quanto prodotto della prassi umana nella storia può essere trasformato, laddove invece la Tecnica di Heidegger in quanto essenza stessa dell’umano come modello del pensiero, apparato anonimo impersonale, è un dispositivo a sé che sfrutta gli umani di per sé, addirittura che li utilizza al fine della propria volontà di potenza, al fine della propria crescita smisurata, quindi non può esser trasformato perché l’agire stesso di chi volesse attuare questa trasformazione resterebbe all’interno della stessa metafisica che mobilita l’essere in quanto tale e quindi l’agire stesso di ogni soggetto.

Quindi se in Marx la soluzione sta nella stessa prassi che ha posto in essere il Capitalismo e che può allora essere rimossa attraverso una rivoluzione mondiale, in Heidegger non può essere la prassi la soluzione, perché è essa stessa il problema, perché la Tecnica planetaria si regge sull’uso infinito della prassi umana come crescita smisurata della Tecnica stessa. Per cui in Marx la soluzione è la rivoluzione mentre in Heidegger è la serenità ovvero il lasciar essere le cose come sono, la disponibilità ad abbandonare la prassi e lasciare tutto così come è (gelassenaheit ). Dice Heidegger che non c’è impresa umana che valga per cambiare lo stato di cose. In Heidegger avviene quindi il recupero della posizione di uno dei brevi libri della Bibbia ebraica, i “rotoli”, iQoelet o Ecclesiaste, ovvero una presa di posizione fondata sul recupero dall’antica posizione di sottomissione a un ‘ignorabimus’, ovvero un ‘è da ignorarsi’, fondato su una supremazia profonda della natura e del suo fato, mantenendo qui di fatto la tradizione magnogreca di un essere esposto alla natura, ovvero della supremazia del mistero della natura di fronte al sogno prometeico di una potenza umana, incarnata dalla Tecnica che risolve la natura.

Ora queste diversità decisive risuonano endiaticamente in quest’epoca di cambio di paradigma. Ovvero non possiamo abbracciare né una né l’altra posizione, ma solo accettarne la dinamica, ovvero dobbiamo accettare l’impossibilità del mutare dall’interno un fenomeno per noi fondativo, ma mantenere la tensione etica a un cambiamento, poiché in quest’atto risiede tutta l’umanità che possiamo porre consapevolmente in noi stessi.

Così è che alle soglie degli anni trenta del venunesimo secolo il Capitalismo di Marx può sempre dar luogo alla coscienza eroica della prassi rivoluzionaria laddove invece la Tecnica di Heidegger, sempre più potenziata dall’elettronica e dall’informatica, produce un sereno orizzonte di disincantamento e annichilimento nel lasciar essere.

Così si crea il paradosso che se Marx definisce il Capitalismo come esito storico della prassi e produce la volontà di cambiare il mondo, in Heidegger il pensiero tecnico/metafisico, in quanto produzione di un fato che non abbiamo prodotto, determina il desolato corollario de La cospirazione contro la razza umana dello scrittore-filosofo Thomas Ligotti, che come unica possibile strategia indica l’abbandono della prassi, l’abbandono della possibile salvezza concertata, ovvero il lasciare essere le cose come sono.

Proprio il pensiero fattosi oggettivo e ragionato della filosofia di Heidegger, incontrando il problema del pensiero, crea il paradosso di escludere l’etica, intesa come quell’intenzione del cuore, quella volontà soggettiva, che, potente nell’ottocento e nel novecento, è stata disinnescata come negativa, violenta e soggettiva in un ventunesimo secolo visto come secolo della ‘fidatezza’ Tecnica.

Per questo paradossalmente oggi Heidegger nel tempo del disincantamento fattosi mondo è un autore della consapevolezza, ma compatibile e non dissonante con l’orizzonte presente, al contrario Marx rappresenta l’etica che è pronta a risorgere, ma è problematico, troppo passionale e in un  senso ‘romantico’.

La cospirazione contro la razza umana dello scrittore-filosofo Thomas Ligotti, che come unica possibile strategia indica l’abbandono della prassi

 

Sebbene entrambi gli autori possano essere iscritti a buon diritto tra i pensatori della struttura, (struttura/sovrastruttura in Marx e apparato/gestell in Heidegger) In Marx osserviamo l’etica dell’intenzione, mentre in Heidegger osserviamo l’etica della funzione. Passaggio questo fondamentale per pensare il mondo del XXI secolo, poiché con l’avvento dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi che si autocompilano e della trasformazione dei programmatori in educatori degli stessi algoritmi, la posta in gioco è proprio l’intenzionalità delle passioni umane.

Heidegger rappresenta quindi un pensiero ragionato, che si potrebbe definire da ‘naturalista’, ovvero che osserva la natura umana e il suo mondo di costanti e le accetta per quello che sono.6 Marx al contrario rappresenta un pensiero che pone l’etica dell’intenzione come origine e punto di arrivo di sé. Ovvero che antepone il risultato della propria intenzione. Marx è quindi servito per cambiare la società umana, per riequilibrare l’omeostasi perduta durante le rivoluzioni industraili, per un’emancipazione pratico rivoluzionaria in nome di un umanità che è sempre e comunque fine e mai mezzo; diversamente Heidegger è servito negli anni ‘70 come camera di decompressione per tutta una generazione di marxisti che sono disinvoltamente transitati dall’intenzione socialista al disincantamento del lasciare essere e al trionfo della fine della storia, del pensiero unico, del capitalismo finanziario, di un sistema chiuso ad esatto modello funzionale della Tecnica.

Quindi molti pensatori, pur legandosi a lamentazioni continue che si richiamano alle numerosissime critiche feroci del mondo della tecnica heideggeriane, come Ernst Junger, Lewis Mumford, Raymond Williams, Marshall Mcluhan, Jacques Ellul, Paul Virilio, Emanuele Severino, Umberto Galimberti, Bernard Stiegler, Peter Sloterdijk, continuamente denunciano l’inautenticità tecnica predicando al tempo stesso l’abbandono di ogni prassi trasformatrice. Essi presentano il mondo della tecnica come ingiusto e contraddittorio, ma insieme neutralizzano la vis critica marxiana nell’atto stesso in cui implicano un Capitalismo come non trasformabile e non modificabile. E qui sta il paradosso del contemporaneo, ovvero l’atteggiamento di accettazione della Tecnica vista come naturale compimento della metafisica e la rinuncia di qualsiasi eroismo, visto come non scientifico, inattuale e non necessario.

Per questo appunto Heidegger a differenza di Marx viene, paradossalmente ben al di là anche dell’intenzione di Heidegger stesso e quasi sicuramente in maniera errata, incorporato nell’ideologia dominante di santificazione del presente Capitalismo.

Laddove invece Marx, in forza del suo impianto dialettico, che pensa ciò che è come esito provvisorio nella storia della prassi e dunque come mai definitivo contro i teoremi della fine della storia oggi in voga, non riesce a essere addomesticato permettendone quindi una manipolabilità, una modificabilità, ovvero una possibilità del cambiamento, come trasformazione pratica di un mondo che è esso stesso sempre testimonianza ed esito di una intenzione umana.

Immagine di copertina da Unsplash di fikry anshor

1 È noto che Marx non ha mai utilizzato l’espressione Capitalismo preferendo l’espressione “modo della produzione capitalistica”
2.Martin Heidegger nei suoi scritti successivi a Essere e tempo mette al centro della riflessione la questione della Tecnica, vista come gestell, inquadramento, e come bestand, magazzino, e che presuppone l’abbandono sereno
3.Cioè di Fichte per quanto riguarda la prassi, e di Hegel per i concetti pragmatici quali quelli di dinamica storica e dialettica
4.È l’11 tesi su Feuerbach, ovvero la prima.
5.In Essere e tempo il filosofo liquida la dialettica di Hegel come un imbarazzo filosofico
6.Apparentandosi con il “metodo” di Thomas Macho e i suoi studi culturali. Vedere Antonio Lucci in Conversazione con Thomas Macho/Della scienza della cultura Antonio Lucci, Doppiozero