Tecniche di sorveglianza e discriminazione razziale – Simone Browne

La sorveglianza non è qualcosa di inaugurato dalle nuove tecnologie, è invece un processo che affonda le proprie radici nel passato della sorveglianza razzializzante e che continua a svilupparsi nel presente

di: Simone Browne

La studiosa Simone Browne in questo testo tratto da Materie oscure/Dark Matters, Sulla sorveglianza della nerezza, prende spunto da una serie di intuizioni di Franz Fanon, il celebre teorico della decolonizzazione, per elaborare una genealogia della sorveglianza che vede le sue radici nella storia dello schiavismo e nelle sue specifiche pratiche razzializzanti di profilazione dell’essere umano basate sulla quantificazione.
Tutte pratiche che servivano agli oppressori bianchi per controllare la vita e il corpo delle persone nere schiavizzate.
Le fonti prese in esame sono molteplici: dal progetto della nave negriera Brookes al Panopticon di Jeremy Bentham, fino alla biometria e ai bias algoritmici delle piattaforme digitali.
Simone Browne si occupa di diaspora nera e media digitali all’Università del Texas, dove insegna Black Studies ed è direttrice di ricerca del “Critical Surveillance Inquiry”, un gruppo di lavoro che prende in esame le implicazioni sociali ed etiche delle tecnologie di sorveglianza, con particolare attenzione agli algoritmi e all’equità tecnologica, per comprendere meglio lo sviluppo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale.
Materie oscure/Dark Matters è edito in Italia -nella traduzione del gruppo Ippolita – da Meltemi editore, che ringraziamo per la possibilità concessa di pubblicare il presente brano.

 

Fanon scrisse gran parte della sua opera anticolonialista per eccellenza, I dannati della terra, quando il tempo a sua disposizione stava ormai per scadere. Sapeva che il cancro da cui era afflitto era allo stadio terminale e questo lo spinse a scrivere il libro, per riportare le sue parole esatte, “fino all’ultimo respiro” [1]. Allora si trovava in esilio in Tunisia, dopo che nel gennaio del 1957 le autorità francesi lo espulsero dall’Algeria per aver collaborato con il Fronte di Liberazione Nazionale.

Durante l’esilio in Tunisia, che di fatto era diventata la sede del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, Fanon si impegnò in varie occupazioni: lavorò per il quotidiano El Moudjahid, prestò servizio nei campi profughi al confine con l’Algeria gestiti dal Fronte di Liberazione Nazionale, fu caporeparto all’ospedale psichiatrico di Manouba e delegato del governo provvisorio algerino in Mali e altre nazioni africane. Sempre in questo periodo, Fanon tenne una serie di lezioni all’università di Tunisi, nelle quali affrontò i temi della sorveglianza, dei disturbi mentali di cui soffrivano i colonizzati a causa della guerra e del colonialismo e del razzismo contro i neri negli Stati Uniti [2].

Negli appunti di queste lezioni parla del problema della segregazione razziale, o della color bar [3], per usare le sue parole, negli Stati Uniti, paese in cui il razzismo contro le persone nere è una forma di discriminazione costante e stratificata, sedimentata nell’emotività e nell’affettività. Fanon fa riferimento ai temi cantati negli spiritual neri, come il darsi alla macchia e l’essere sempre in fuga; parla dei testi evocativi e tormentati della musica blues e della morte sociale; cita i romanzi di Chester Himes ambientati a Harlem; problematizza la rigidità e la presenza opprimente della linea del colore; discute delle espressioni gergali afro-americane e del code-switching [4] (“quando un nero si rivolge a un bianco”) e delle pratiche di polizia repressive (“quando un nero uccide un nero, non succede nulla; quando un nero uccide un bianco, si mobilita l’intera forza di polizia”) [5]. Alla fine, le lezioni di Fanon sulla sorveglianza all’Università di Tunisi furono sospese per ordine del governo tunisino [6].

Fu durante queste lezioni che Fanon avanzò l’idea che la modernità potesse essere caratterizzata dalla profilazione dell’essere umano. Questa profilazione è rappresentata dall’insieme di archivi, registri, fogli di presenza e documenti di identificazione che, messi insieme, formano una biografia, il più delle volte non autorizzata, del soggetto moderno. Come nel quinto capitolo de I dannati della terra, in cui vengono analizzati vari casi di disturbi mentali causati dalla guerra coloniale, anche in una sezione degli appunti delle sue lezioni dal titolo “Le controle et la surveillance” [Il controllo e la sorveglianza], Fanon fa emergere il suo duplice ruolo di psichiatra e di scienziato sociale.

In questi appunti Fanon formula una vera e propria diagnosi sociale, prendendo in esame gli effetti e i risvolti somato-psichici che le pratiche di sorveglianza generano in diverse categorie di lavoratori. Queste pratiche di sorveglianza riguardano tutti quei tentativi di ridurre il lavoro a una pura automazione tramite il controllo del lavoratore: operai in catena di montaggio il cui tempo è ordinato dalla timbratura del cartellino e dai fogli di presenza, intercettazioni effettuate dai supervisori dei centralini telefonici per ascoltare in segreto le chiamate dei centralinisti e controllarne le conversazioni, la pressione esercitata dai sistemi di telecamere a circuito chiuso sui commessi dei grandi centri commerciali statunitensi.

Tutto questo, dice Fanon, è controllo tramite quantificazione. Gli effetti somato-psichici della sorveglianza includono tensione nervosa, insonnia, spossatezza, infortuni vari, stordimento, tempi di reazione rallentati. E ci sono anche gli incubi notturni: perdere un treno all’ultimo secondo, un cancello che si chiude, una porta impossibile da aprire. Anche se i suoi appunti sui sistemi di telecamere a circuito chiuso sono piuttosto concisi, leggendoli si capisce chiaramente come Fanon ritenga che lo scopo delle telecamere non sia solo quello di controllare e di fungere da deterrente per i potenziali ladri, ma anche di ricordare ai dipendenti dei negozi che al lavoro sono costantemente sotto sorveglianza. Osserva poi che i lavoratori manifestano forme di microresistenza al controllo dei superiori richiedendo giorni di malattia, esprimendo apertamente noia e insofferenza, arrivando in ritardo al lavoro o talvolta non presentandosi nemmeno. Questi comportamenti, invece da intendersi come fine a sé stessi, sono da considerarsi come atti di liberazione dall’alienazione, modi strategici di contestare la sorveglianza sul posto di lavoro.

Nonostante di queste lezioni non rimangano altro che pochi appunti, le osservazioni di Fanon sul monitoraggio delle chiamate e sui sistemi di telecamere a circuito chiuso sono essenziali. Grazie a questi appunti possiamo comprendere l’analisi che Fanon propone dell’alienazione e degli effetti della modernità e la sua lettura critica sulla sorveglianza e le relative forme di resistenza. Nicholas Mirzoeff, nel suo The right to look [Il diritto di guardare], suggerisce che a leggere con ottimismo le note di Fanon, si potrebbe pensare che “se fosse vissuto più a lungo, avrebbe potuto prendere le distanze dalla sua enfasi sulla mascolinità, per immaginare, come parte integrante dell’analisi sulla società disciplinare razzializzata, nuove forme espressive di un’identità di genere post-rivoluzionaria, alla stregua di numerose femministe nere radicali degli Stati Uniti, da Angela Davis a Toni Cade Bambara e bell hooks” [7]. Ho cominciato a lavorare a Dark Matters con questo senso di ottimismo in mente: che nei lavori di Fanon e nei testi delle femministe nere si potesse trovare una prospettiva diversa per interpretare il concetto di sorveglianza.

Dark Matters esordisce con una serie di riflessioni: sul mio tentativo fallito di mettere le mani sulla documentazione della CIA riguardante Fanon, sui documenti dell’archivio FBI resi disponibili grazie al Freedom Information Act, sui pochi appunti che rimangono delle sue lezioni sulla sorveglianza, su un estratto da una lettera scritta da Fanon a un amico, resoconto della sorveglianza continua a cui fu sottoposto mentre era in punto di morte. Questa serie di documenti, appunti, lettere, mi è servita per evidenziare quanto la sorveglianza delle persone nere e la sua pervasività sia legata al fatto concreto di essere nere. Faccio riferimento al “fatto di essere materialmente persone nere” (The Fact of Blackness), citazione di una delle traduzioni in inglese del titolo del quinto capitolo di Pelle nera, maschere bianche di Fanon, per segnalare quanto la sorveglianza sia qualcosa di materialmente presente nella vita di una persona nera. Il titolo originale in lingua francese del quinto capitolo di Pelle nera, maschere bianche, pubblicato nel 1952, è L’expérience vécue du Noir. Come hanno notato alcuni autori e autrici, tra cui Sylvia Winter, la traduzione in inglese The Lived Experience of the Black [L’esperienza vissuta della persona nera [8]], che si trova nelle edizioni più recenti, è senz’altro più accurata e ne fa comprendere al meglio il significato. Proprio sulla sottile differenza tra i due titoli – Il fatto di essere materialmente persone nere e L’esperienza vissuta della persona nera – vorrei soffermarmi un istante. Wynter ritiene che nella prima traduzione il concetto di nerezza possa essere inteso come “nerezza come fatto oggettivo”, mentre “l’esperienza vissuta della persona nera” concentra lo sguardo sull’imposizione del concetto di razza sulla vita nera, sul fare esperienza del proprio essere attraverso lo sguardo altrui [9]. Sempre Wynter continua il ragionamento su Fanon e, come vedremo, sulla sociogenesi, sostenendo che “l’esperienza vissuta della persona nera” rende evidente la volontà di Fanon di occuparsi “del carattere soggettivo dell’esperienza della persona nera, e dunque di cosa si prova a essere persone nere, nei termini del modo di essere un umano specifico della nostra cultura contemporanea” [10].

La sociogenesi, o “principio sociogenetico” come lo definisce Wynter, viene intesa come il regime di organizzazione, proprio della condizione umana contemporanea, che distingue ciò che può essere inscritto o meno nella categoria di essere umano, e che determina e circoscrive la nerezza come oggetto della sorveglianza. Prendiamo uno dei passaggi più citati di Pelle nera, maschere bianche, “Guarda, un negro!”, in cui Fanon racconta l’esperienza dell’epidermizzazione, lo sguardo bianco che lo fissa come oggetto in mezzo ad altri oggetti. Dice Fanon: “già gli sguardi bianchi, i soli che siano veri, mi dissezionano” [11].

L’epidermizzazione è l’imposizione della razza al corpo. Secondo Fanon, per una persona nera non c’è nessuna “resistenza ontologica” negli spazi pensati dai bianchi per i bianchi, come quando si trovò a viaggiare su un treno in Francia, nel quale, scrive, “invece di un posto, me ne lasciavano tre” [12]. Dark Matters chiama in causa la nerezza come metafora e come vissuto materiale, e se ne serve per analizzare il concetto di sorveglianza. In questo libro esplorerò una serie di luoghi (l’aeroporto, il progetto della nave schiavista Brooks, il progetto del Panopticon di Jeremy Bentham, la Net Art) e diversi periodi storici (l’epoca della tratta atlantica degli schiavi, in cui le persone nere erano considerate proprietà dei bianchi, l’occupazione britannica a New York durante la rivoluzione americana, il periodo post 11 settembre) per ragionare sulle molteplicità che l’essere una persona nera racchiude in sé.

Questo metodo di analisi della sorveglianza e delle condizioni della nerezza razzializzata mette in dialogo documenti storici, arte, fotografia, serie televisive e film con la teoria critica della razza, le teorie sociologiche e il pensiero femminista. Nella mia indagine faccio riferimento al progetto multimediale di Pamela Z Baggage Allowance, in cui viene trattato il tema dello spostarsi viaggiando e dei relativi protocolli di sicurezza; all’installazione di Adrian Piper dal titolo What It’s Like, What It Is #3; al racconto epistolare di Caryl Phillips The Cargo Rap, sulla prigione, la politica e la schiavitù; e ai resoconti storici di Hank Willis Thomas sulla pratica di marchiare il corpo dei neri dai tempi della schiavitù a oggi, a cui ha dedicato la serie di opere intitolata B®anded.

Uno snodo significativo del ragionamento che propongo in questo libro afferma che, grazie ad alcuni atti di produzione culturale, possiamo scoprire collettivamente pratiche di libertà e trovare ispirazione per vivere in modi alternativi a quelli in cui la sorveglianza è ormai diventata una routine. Per questo sono grata a Stuart Hall che, ribaltando il concetto di “identità culturale”, non interpreta la diaspora nera e le esperienze delle persone nere come episodi statici e isolati, bensì come “il risultato di una lunga e discontinua serie di trasformazioni” [13]. Rifacendomi a Rinaldo Walcott, uso il termine nerezza per “indicare la nerezza come un simbolo che porta con sé storie uniche di resistenza e di dominazione” che “non si è mai concluso e rimane sempre sotto contestazione” [14]. La nerezza è identità e cultura, storia e presente, significante e significato, mai qualcosa di fisso e invariabile. Come dice Ralph Ellison in Invisible Man: “Black is… an’ Black ain’t” [Il nero è… e il nero non è]. [15]

Il passaggio “Guarda, un negro!” in cui Fanon riflette sull’epidermizzazione e il suo pensiero anticoloniale hanno esercitato una grande influenza sulla formazione di questo libro. Per Dark Matters la comprensione delle condizioni ontologiche della nerezza è fondamentale per costruire una teoria generale della sorveglianza e, in particolare, della sorveglianza razzializzante, che reifica i confini lungo le linee della razza, reificando così la razza stessa, e il cui risultato è spesso un trattamento violento e discriminatorio.

Chiaramente questa non è l’intera storia della sorveglianza, ma una parte che spesso non è nemmeno presa in considerazione. Nonostante “razza” sia un termine presente negli indici di molte raccolte e riviste specializzate che negli ultimi tempi si sono occupate di sorveglianza, all’interno del campo di ricerca degli studi sulla sorveglianza il concetto di razza rimane quasi privo di teorizzazione. Le tematiche razziali in generale, e in particolare la lettura dei documenti storici sulla schiavitù e della tratta atlantica degli schiavi alla luce del ruolo svolto dalla pervasività del controllo, devono ancora essere prese seriamente in considerazione.

È attraverso questi archivi e quelli sulla vita nera dopo il Middle Passage [16] che voglio restituire ulteriore complessità agli studi sulla sorveglianza, interrogandomi su come una piena consapevolezza delle condizioni della nerezza – la sua storia, il suo presente e i retaggi del passato che ancora si ripercuotono oggi – possa aiutare chi si occupa di teoria sociale a comprendere le nostre condizioni nei regimi di sorveglianza contemporanei.

In altre parole, piuttosto che pensare alla sorveglianza come qualcosa di inaugurato dalle nuove tecnologie, come ad esempio il riconoscimento facciale o i veicoli a guida autonoma (o i droni), è necessario intenderla come un processo che affonda le proprie radici nel passato e che continua a svilupparsi nel presente. Questo permette di ribadire la necessità di tenere in considerazione quanto il razzismo e l’anti-nerezza siano elementi strutturali e una delle basi delle varie intersezioni delle sorveglianze contemporanee. Patricia Hill Collins usa il termine “paradigmi intersezionali” per segnalare che “l’oppressione non può essere ridotta a un solo e unico tipo e che le oppressioni lavorano tutte assieme per produrre ingiustizia” [17]. Rendendo merito agli studi delle femministe nere, con la locuzione “intersezioni della sorveglianza” mi riferisco alle modalità interdipendenti e interconnesse in cui operano le pratiche, le rappresentazioni e le politiche di sorveglianza.

Il concetto di materia oscura può far pensare all’opacità, al colore nero, a una vastità senza limiti e ai vincoli imposti alla nerezza, all’oscurità, all’antimateria, a ciò che non può essere osservato visivamente, ai buchi neri, alla teoria del Big Bang e ad altri temi inerenti alla cosmologia in cui la materia oscura è quella parte non luminosa dell’universo che si dice che esista ma che non può essere osservata né ricreata nei laboratori. La sua distribuzione nello spazio non può essere misurata; le sue proprietà non possono essere determinate; rimane quindi non rilevabile. Si dice che la forza di attrazione gravitazionale di questa materia invisibile muova intere galassie.

Invisibile e inconoscibile, eppure in qualche modo presente, la materia oscura, in questa accezione planetaria, è puramente teorica. Se il termine “materia oscura” diventa un modo per riflettere sulla razza, dove la razza, come sostiene Howard Winant, “continua a essere la materia oscura, la sostanza il più delle volte invisibile che struttura l’universo della modernità in diversi modi, allora a questo punto dovremmo chiederci: per chi è invisibile questa materia oscura? [18] Se il più delle volte è invisibile, allora come è percepita, esperita e vissuta? Ed è davvero invisibile, o piuttosto sono i più che non la vedono e non la percepiscono? Nel suo Black (W)holes and the Geometry of Black Female Sexuality, Evelyn Hammonds riprende lo studio astrofisico sui buchi neri presente nel saggio sulla negazione del genio creativo nero di Michele Wallace. Hammonds sostiene che se “possiamo rilevare la presenza di un buco nero dagli effetti che provoca sulla regione di spazio in cui si trova”, in cui la sua energia invisibile distorce e perturba tutto ciò che la circonda, possiamo allora fare nostra questa teorizzazione per “sviluppare strategie interpretative che ci permettano di rendere visibili gli effetti distorsivi e generativi” della sessualità femminile nera nello specifico e, in generale, di tutta la nerezza [19].

Con questo approccio alla nerezza nel campo di studi sulla sorveglianza, interpretandola cioè come qualcosa di non percepito ma che produce una perturbazione che ha degli effetti su ciò che la circonda, Dark Matters definisce la sorveglianza della nerezza come qualcosa che negli studi sulla sorveglianza spesso non si riesce a percepire, mentre la nerezza è quella materia innominabile che ha una rilevanza enorme nella società disciplinare razzializzata. È da questa intuizione che posiziono Dark Matters come uno studio diasporico, archivistico, storico e contemporaneo nero che individua nella nerezza un luogo chiave attraverso il quale la sorveglianza è praticata, narrata e messa in atto.

 

 

1. A. Cherki, Frantz Fanon, Points, 2016, p. 162.

2. F. Fanon, Rencontre de la société et de la Psychiatrie. Cfr. Mirzoeff, The Right to Look; e Mirzoeff, We Are All Children of Algeria, per un’ulteriore discussione sulle lezioni di Fanon in Tunisia. Mirzoeff sottolinea che, sebbene Michel Foucault sia stato in residenza all’Università di Tunisi dal 1966 al 1968, appena sei anni dopo la residenza di Fanon, e Foucault abbia tenuto un corso intitolato “Follia e civiltà” durante il suo periodo di permanenza all’Università di Tunisi, finora non è stato fatto alcun collegamento negli scritti pubblicati da Foucault sulla possibilità di un’influenza del pensiero di Fanon nella sua teorizzazione.

3. Color bar: discriminazione in base al colore, ovvero un sistema sociale e legale in cui le persone considerate di razza diversa sono separate e non godono degli stessi diritti e delle stesse opportunità [N.d.T.].

4. Code-switching: il code-switching è il modo in cui un membro di un gruppo sottorappresentato (consciamente o inconsciamente) adatta il proprio linguaggio, la sintassi, la struttura grammaticale, il comportamento e l’aspetto per adattarsi alla cultura dominante [N.d.T.].

5. Fanon, Rencontre de la société et de la Psychiatrie, p. 10. Nella sua biografia di Fanon, Frantz Fanon, David Macey scrive che gran parte della discussione di Fanon sulla condizione delle persone nere negli Stati Uniti deriva dalla letteratura, in particolare dalle opere di Richard Wright e Chester Himes. Su Himes, Macey scrive che Fanon “lo interpreta in modo errato” (326). “Quand un Noir tue un Noir, il ne se passé rien; quand un Noir tue un Blanc, toute la police est mobilisée” potrebbe essere liberamente tradotto dal francese per dire: quando una persona nera uccide un’altra persona nera, non ci si fa molto caso; ma quando una persona nera uccide un bianco, l’intera forza di polizia si mobilita. Si veda anche il singolo Crack Rock del cantautore Frank Ocean, tratto dal suo album Channel Orange (2012), sull’apparente invisibilità della morte delle persone nere e, analogamente all’osservazione di Fanon sulla violenza tra le stesse e sulla mobilitazione della polizia: “Mio fratello viene fatto fuori / e nessuno sente il suono”.

6. I.L. Gendzier, Frantz Fanon. A critical study, Pantheon Books, 1973, p. 99.

7. N. Mirzoeff, The Right to Look, p. 250. Vorrei aggiungere che anche Toni Cade Bambara (1970) ha intravisto queste possibilità a cui Mirzoeff allude, scrivendo che in A Dying Colonialism Fanon nomina come la lotta anticoloniale necessiti di una liberazione dai ruoli di genere tradizionali, slegando le persone da “un gioco di ruoli ottusi, liberandole per creare un nuovo senso di sé” (108). Cade Bambara, On the Issues of Roles.

8. Titolo del quinto capitolo nella traduzione italiana di Pelle nera, maschere bianche, Edizioni ETS, 2015 [N.d.T.].

9. S. Wynter, Towards the Sociogenic Principle. Qui è citata una versione precedente del capitolo pubblicato in Gomez-Moriana, Duran-Cogan, National Identities and Sociopolitical Changes in Latin America.

10. S. Wynter, Towards the Sociogenic Principle.

11. F. Fanon, Pelle nera, machere bianche, Edizioni ETS, p. 114.

12. Ivi, p. 111.

13. S. Hall, Cultural Identity and Diaspora, p. 231.

14. R. Walcott, Black like Who?, Insomniac Press, 1997, p. 132.

15. R.W. Ellison, Invisibile Man, p. 132, trad. italiana a cura di F. Pacifico, Uomo invisibile, Fandango, 2021.

16. Middle Passage: il Passaggio di Mezzo, così chiamato perché era la tappa intermedia di un viaggio diviso in tre parti, che iniziava e finiva in Europa. La prima tappa del viaggio portava un carico che poteva comprendere prodotti come ferro, stoffa, brandy, armi da fuoco e polvere da sparo. Una volta sbarcati sulla “costa degli schiavi” dell’Africa, il carico veniva scambiato con persone africane. Completamente carica del suo carico umano, la nave salpava per le Americhe, dove gli schiavi venivano scambiati con zucchero, tabacco o altri prodotti. L’ultima tappa riportava la nave in Europa [N.d.T.].

17. P.H. Collins, Black Feminist Thought, Routledge, 2008, p. 18.

18. H. Winant, The Dark Matter, 2015, p. 10.

19. E. Hammonds, Black (W)holes and the Geometry of Black Female Sexuality, Routledge, 2004, p. 139.