No Future… We’re the Future! – Angela Balzano

Il soggetto dell’antropocene è il noi da specificare! Il "we are the future" ci riguarda in quanto ci decentra per assicurare un futuro al pianeta e ai suoi abitanti multispecie, tra organico e inorganico

di: Angela Balzano

Pubblichiamo un estratto dal libro Per farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane, di Angela Balzano, edito nella collana Culture radicali di Meltemi. Ringraziamo l’editore per la possibilità concessa.

 

There’s more than two ways of thinking
There’s more than one way of knowing
There’s more than two ways of being
There’s more than one way of going somewhere
Resist Psychic Death

Bikini Kill

 

Prima di guardare ai dati e alle proiezioni sull’andamento dell’incremento demografico, vorrei radicare l’invito alla decrescita ri/produttiva nel mio convissuto, quello di corpo di donna catturato nelle maglie di lavoro-smog-città-grande distribuzione che sente il desiderio di generare parentele postumane. Ricordo di averlo avvertito a Napoli nel pieno dell’“emergenza rifiuti”. Pur avendo preso parte alle lotte contro gli inceneritori e le amministrazioni corrotte, mentre camminavo per le strade tra i nostri sprechi pensavo: “Quella sono anche io, questo lo abbiamo fatto tutti, certo la corruzione, la cattiva gestione, ma l’iperproduzione è una realtà giustificata dal sistema produttivo che ancora non abbiamo sovvertito”. Con il Laboratorio Millepiani partecipavamo alle lotte contro l’inceneritore di Acerra e la discarica Dell’Utri, eppure continuavamo a chiedere: E se la discarica riusciamo a non farla aprire qui, non la apriranno altrove? Non dovremmo capovolgere lo stesso sistema produttivo che rende inevitabili discariche e inceneritori?

Oggi le discariche sono ovunque, persino negli oceani. Anche se nessuno ha autorizzato la costruzione di una discarica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, il Pacific Trash Vortex rappresenta una minaccia serissima per più di 700 specie tra uccelli marini e pesci. I report scientifici dichiarano che in questa area di 1,6 milioni di km 2 galleggiano almeno 79 migliaia di tonnellate di plastica (Lebreton et al. 2018). Se il tasso di impiego della plastica non diminuirà, per il 2050 negli oceani ci saranno più forme di plastica che di vita. Come Vergés, sono convinta che il capitalismo è un’economia dei rifiuti e come lei voglio denunciare che “quest’economia di produzione di rifiuti è inseparabile dalla produzione di esseri umani fabbricati come scarti” (2020, p. 107). Non si può negare che i sapiens riservino la vita tra i loro rifiuti alle persone che hanno razzializzato e disumanizzato.

Il Pacific Trash Vortex si è formato a causa dell’uso smodato della plastica in Nord America e nei paesi asiatici più ricchi e non è il solo caso di razzismo ambientale che si registri. Stati Uniti, Svizzera, Paesi Bassi, Germania, Francia scaricano i propri scarti e sprechi elettronici in Ghana, nella tristemente nota discarica di Agbogbloshie. I sapiens in Occidente si rigenerano con pro-biotici in bottigline da 50 ml usa e getta, acquistano l’ultimo I-device per essere più smart e altrove interi ecosistemi muoiono insieme agli esseri umani che li popolavano. No.

Ho deciso a Napoli, quando avevo vent’anni e vivevo nella Terra dei Fuochi ma ancora non sapevo dell’esistenza della Cancer Alley. No. Ne sono convita oggi che di anni ne ho trentacinque e vivo a Bologna, in quella che dicono la zona più inquinata d’Europa, la pianura padana con il suo primato di emissioni di biossido di azoto. No, non mi riprodurrò con stenti e sacrifici in un sistema che ha già ammalato me e le persone che amo, in un sistema in cui la mia stessa riproduzione diviene causa di malattia e povertà per le persone razzializzate, causa dell’estinzione di pesci e uccelli marini. No, non mi riprodurrò per una specie che sta causando l’estinzione del corallo rosso nel Mediterraneo per produrre monili ornamentali (come se non bastasse il danno che ai coralli fanno riscaldamento globale e acidificazione delle acque). No, preferisco il ripopolamento delle barriere coralline. No, non mi riprodurrò in un sistema che festeggia la possibilità di riciclare i pannolini mentre continua a produrli in plastica usa e getta e ad accumularli al largo di mari e oceani. No, chiudo le gambe all’iperproduzionismo affinché coloro che verranno possano aprire i polmoni e dilatare le narici, nuotare tra cernie e sgombri e non tra capsule del caffè e pneumatici. No, questo mondo occidentale che tanto inneggia alla famiglia e alla sua riproduzione non mi pare un luogo poi tanto sano in cui far crescere altre creature umane. No, questo mondo non è pro-bambin*, è pro-natalità, preferisco un mondo pro-giustizia multispecie.

Guardando i dati sono preoccupata per la doppia congiuntura, perché se provo un minimo a incrociarli e a contestualizzarli geopoliticamente, il risultato non mi entusiasma. Oggi siamo 7.3 bilioni di persone, per il 2050 se ne prevedono 9.7, nel 2100 saranno13.2. Nel 2100 l’80% della popolazione vivrà in Asia e Africa, ma la previsione che più mi colpisce è questa: la crescita esponenziale avverrà solo in nove paesi, che elenco secondo il criterio dell’indicatore, dal paese che si riprodurrà di più a quello che si riprodurrà di meno: India, Nigeria, Pakistan, Congo, Etiopia, Stati Uniti, Indonesia, Uganda.

Tra questi paesi solo gli Stati-Uniti hanno “redditi pro-capite alti” e tassi di emigrazione contenuti. In Etiopia il cambiamento climatico e la povertà costringono migliaia di persone a emigrare già adesso. È necessario che ricordi del Pakistan? Magari basta accennare alle guerre in corso in Congo e ai più di 4 milioni di persone che a causa di queste guerre sono diventati rifugiati politici in Uganda, che dal canto suo rimane poverissima ma continua ad accoglierli. La Nigeria poi è proprio il paese africano con il maggior tasso di emigrazione verso l’Italia e ne è causa lo stesso neocolonialismo occidentale, che del suo oro nero non può fare a meno: il petrolio è la materia che gli permette di riprodursi (e il neocolonialismo se lo porta dietro l’uomo corazzato nel SUV che abbiamo visto prima).

Ci sono ragioni per aspettarsi che da questi paesi all’Europa arrivino sempre più persone, perché il cambiamento climatico aumenterà la loro povertà. Io non ho alcuna intenzione di partorire per la Fortezza Europa, preferisco accogliere loro e insieme a loro mettere a punto un diverso sistema-mondo. Non voglio fare bambin* per un’Europa che non riesce a cooperare al suo interno ma si coalizza contro le persone migranti. Non voglio fare bambin* in una delle zone più inquinate e inquinanti del mondo. Il mio invito a non fare bambin* è un invito a non alzare confini e al contempo un invito a sospendere la riproduzione per la sopravvivenza della Terra. Non voglio riprodurmi per il lusso di riprodurre me stessa, sono troppe le persone già nate di cui potrei prendermi cura.

No, preferisco mimare i pomodori di mare, voglio imparare la simbiosi da questi polipi rossi imparentati con molte altre forme di vita da loro diversissime, voglio prendere lezioni di mutualismo dalle anemoni marine capaci di generare gruppi di affinità transpecie. Interrompiamo la coazione a ripetere! Meno esigenze e meno famiglie, facciamo pomodori di mare che fanno pesci pagliaccio, paguri, gamberetti e granchi porcellana! Facciamo come i pomodori di mare, mimiamo la simbiosi mutualista: a ciascuna specie i suoi benefici! Facciamo parentele postumane, mai più popolazione!

Occorre decentrarsi e leggere i dati prima menzionati in termini di ere geologiche, rinunciare al privilegiato posizionamento umano, per capire la portata del “guaio” (il trouble di Haraway) in cui ci troviamo. La Grande Accelerazione Umana esiste. Quando l’Olocene è iniziato, 11.700 anni fa, eravamo sei milioni di persone. Fino al XX secolo l’Olocene ha manifestato una certa stabilità, poi la popolazione umana è quadruplicata, passando dai 1.6 bilioni di persone del 1900 ai 7.3 odierni. Una crescita insostenibile per il lasso di tempo in cui è avvenuta: poco più di un secolo.

Il cambiamento climatico è iniziato quando la vita umana sulla Terra ha iniziato a crescere vertiginosamente grazie al confluire di progressi medici, agricoli e industriali (Diamond 1997; Cregan-Reid 2020) a partire proprio dal periodo storico in cui abbiamo avviato la Grande Accelerazione Umana, il XVIII sec., secolo in cui è nato l’homo sapiens e ha cominciato a riprodursi come homo oeconomicus.

L’impatto di quest’homo sul pianeta ha spinto gli scienziati a parlare di Antropocene (Steffen et al. 2007), altrove si parla invece di Capitalocene (Moore 2017). La seconda espressione incontra maggiormente il mio favore, perché ha il merito di portare alla luce il complesso intreccio di fattori che ha condotto il sapiens a diventare homo oeconomicus e il capitalismo a imporsi come economia egemone: senza le tecnoscienze occidentali, agricoltura intensiva e produzione industriale sarebbero mai esistite? Senza le combinazioni di questi tre fattori, vi sarebbe mai stato il capitalismo così come si è storicamente articolato? Eppure, posso accettare anche Antropocene, perché in fondo il capitale lo ha fatto l’uomo, nello specifico il maschio bianco occidentale. Per questo uso Antropocene e Capitalocene come sinonimi, perché l’anthropos per me non è la parola che universalmente indica il vivente umano.

Sarò un’affezionata al greco antico, ma la prof. al liceo mi ha insegnato che sull’etimologia di anthropos non c’è consenso, c’è chi si ostina a sostenere che significhi essere umano, ma la parola non è neutra e il greco il neutro lo aveva eccome. Come mai anthropos è un sostantivo maschile? Forse perché in origine indicava il solo maschio della specie e poi per sineddoche, cioè per universalizzazione, è passato a rappresentare anche l’alterità. L’anthropos greco è l’homo latino, il maschio bianco occidentale biologicamente ed economicamente assunto a standard da Linneo e Smith in poi, rappresentante della specie, detentore della vera conoscenza, proprietario di beni e beneficiario finale del sistema economico. Quando dico Antropocene o Capitalocene intendo la stessa cosa, tanto l’umano che è causa del problema tra noi abita e tra noi si riproduce, non altrove.

Il soggetto dell’antropocene è il noi da specificare! È fuor di dubbio che i popoli colonizzati dalla mia parte di mondo non siano mai assurti a homo, non hanno mai avuto accesso a quelli che l’homo chiama “diritti” e che spesso sono solo i suoi privilegi, anche se hanno lottato contro l’economia che è stata loro imposta, contro la schiavitù a partire dalla quale il capitalismo si è andato sviluppando. Piuttosto che attardarmi sulla scelta tra l’uno e l’altro termine, preferisco assumere in toto la portata del guaio e procedere oltre.

Il guaio i suoi responsabili li ha, non fa piacere sentirselo dire ma siamo noi, anche se incastrat* e costrett* tra norme e flussi di denaro, siamo noi il ground zero. È per questo che bisogna decrescere: sottraiamo il livello zero alla produzione, non garantiamo più la riproduzione. Questo non ci porterà all’estinzione: la decrescita ri/produttiva non è no future. Ho poco o nulla in comune con Edelman (2004) e molto di più con il punk anni Settanta, perché il punk è pieno di contraddizioni, mentre Edelman ha troppe certezze. Nella celebre canzone God Saves the Queen i Sex Pistols cantano “no future… we are the future!” senza temere il paradosso. Meno umano, meno esigenze non vuol dire no future, anzi. Vuol dire: prendiamoci una pausa dalla ri/produzione, la Terra ha bisogno di noi per la rigenerazione. La Terra ha un sacco di futuri anche senza il futurismo riproduttivo, senza le politiche pro-vita dei neofondamentalisti passate in rassegna nel primo capitolo.

Il no future vale solo per il “futuro normativo e riproduttivo bianco”. Il we are the future ci riguarda nella misura in cui ci decentra, il nostro decentramento in quanto uman* occidental* non corrisponde all’assenza di futuro. La decrescita ri/produttiva è la mia risposta all’appello di Muñoz (2009, p. 96):

È importante non consegnare la futurità al futuro normativo e riproduttivo bianco. Quella modalità dominante di futurità è senza dubbio “vincente”, ma questa è una ragione in più per esigere un’immaginazione politica utopica che ci permetterà di intravedere un altro tempo e luogo: un “non ancora”, in cui le/i giovani queer di colore riescano realmente a crescere.

Non sono un’antinatalista, sono una postumanista. Non voglio riprodurre il Medesimo ma accogliere le persone che vengono dai e vivono nei mari: persone umane e persone marine che poco hanno a che fare con la mia biologia ma molto con i miei affetti. Farò la mia parte affinché dentro quel we are the future non ci sia la norma del sapiens. Questo non è un no future, è un non-ancora. Problematizzo quel noi e proprio come Hawaray (2019b, p. 123) so che divento moralista, perché la domanda che ha più “virtù” è: Chi siamo noi? La sua domanda è rivendicativa, Haraway intende lottare contro il medesimo, e la risposta è: “I corpi sono effetto dell’articolazione” (2019b, p. 122). Noi non siamo solo esseri umani, siamo assemblaggi, soggettività articolate e composite. Dovremmo adeguarci, in questo noi che è un non-ancora ci sarà meno spazio per l’umano e le sue esigenze. Postuman* nel senso di capaci di superare l’egoismo distruttivo dell’umano, le sue ingiustizie, i suoi lussi e privilegi: coloro che verranno ci assomiglieranno ancora? Saremo ancora riconoscibili come specie sapiens?

Troppi sono i pensatori che predicono scenari solo apparentemente postumani, riproponendo cornici concettuali suprematiste ed eccezionaliste, per loro è un eufemismo parlare di antropocentrismo. Coloro che verranno, mi auguro, non vivranno il Novacene di Lovelock (2020). Nell’orizzonte tratteggiato dal Lovelock del XXI sec., il futuro di Gaia pare più incerto di quello capace di autopoiesi e autoregolazione che lo stesso scienziato aveva proposto nel XX sec. Ora che Gaia è impossibilitata a rigenerarsi costantemente, gli hard scientist vorrebbero convincerci che saranno le macchine a ereditare le potenzialità curatrici della Terra, con gli esseri umani sullo sfondo, “creatori e/o genitori” che guardano soddisfatti la loro prole riparare i danni da loro stessi inferti alla “matrice comune”.

Per fortuna, il postumanesimo e il compostismo femminista sono lontani anni luce dal suprematismo degli scienziati alla Lovelock. Coloro che verranno non riporranno una fiducia laica così simile alla fede religiosa nella ragione, sia essa informatica o umana. Coloro che verranno sapranno per emozione e non solo per deduzione, agiranno per passione e non solo per ragione. Non possiamo immaginare né progettare il non-ancora esaltando la sapienza dell’homo, non possiamo descrivere l’Antropocene come un progetto che “ha condotto a un esito completamente pacifico” né complimentarci con noi stessi per “l’eccezionale crescita della nostra conoscenza del mondo e del cosmo che questa fase storica ha prodotto” (Lovelock 2020, p. 75), conoscenza da cui scaturirebbe il futuro cibernetico/macchinico/ digitalizzato che Lovelock predice. In questo libro l’Antropocene fa gridare di rabbia, non di gioia. Questo libro anela alla decrescita ri/produttiva per la sopravvivenza del pianeta, non tratteggia scenari in cui gli esseri umani si estinguono a favore di intelligenze infinitamente potenti ma disincarnate, sta dalla parte della vita in comune tra specie diverse e immagina coloro che verranno come organismi ibridi capaci di mutualismo, di forme di intelligenza non solo umane.

L’umano non è destinato a morire, ma a cambiare. Non siamo obbligate a pensare in termini di estinzione, rimane aperta la possibilità di pensare in termini di metamorfosi. Se slaccio le redini dell’immaginazione vedo coloro che verranno meno sapiens, ma più humus. Io grido di gioia solo al pensiero di cominciare a praticare la giustizia multispecie riscrivendo la biologia e più in generale le “scienze dure”. Perché dovremmo lasciare a dei maschi bianchi illuministi (suprematisti/eccezionalisti…) il potere di nominarci e descriverci tutt*?
Haraway, al contrario di Lovelock, sa bene che in gioco non vi è l’estinzione del sapiens, ma la sua decrescita a favore della giustizia multispecie. Non per questo propone un ritorno al primitivismo. Nelle sue Comunità del Compost l’umano che vuole continuare a riprodursi come tale è in forte calo, ma è pur sempre libero di farlo. Un numero sempre maggiore di persone umane invece viene bioingegneristicamente modificata affinché la loro esistenza possa essere fonte di benefici e vantaggi per altre forme di vita. Il divenire cyborg è qui un divenire humus, compost, e le persone si connettono a simbionti animali a rischio di estinzione:

Prima di nascere, Camille 1 ricevette una serie di geni “modellanti” che si rivelavano sul corpo della farfalla monarca durante la sua trasformazione da bruco a adulto alato. Camille 1 ricevette anche dei geni che le permettevano di sentire il sapore e distinguere i segnali chimici diluiti nell’aria, cruciali per le farfalle monarca per selezionare i fiori ricchi di nettare e le migliori foglie di asclepiade dove depositare le proprie uova. I microbiomi nell’intestino e nella bocca di Camille 1 furono potenziati per permetterle di assaporare senza rischi le asclepiadi contenenti quegli alcaloidi tossici che le farfalle monarca accumulano nella propria carne e nei propri tessuti per scoraggiare i predatori (Haraway 2019a, p. 169).

Ridurre e modificare l’umano, perché? Per dare all’alterità tutta “la possibilità di avere un futuro in un’epoca di estinzioni di massa” (Ivi, p. 170).
Haraway non è Lovelock, non dimentica che la tecnoscienza femminista ha molto da imparare dai saperi della Terra e per questo specifica che Camille cresce con la farfalla monarca che le è simbionte, con lei apprende come “prosperare lungo cinque generazioni umane dedite alla guarigione di luoghi e vite umane e non-umane danneggiate” (Ibidem).

Le Camille/cyborg di Haraway somigliano per me a “coloro che verranno”: non sono organismi astratti, disconnessi dal resto della materia vivente, non sono autopoietici e non decidono da soli il da farsi, affondano le loro radici nell’acqua e nella terra, si coordinano con altri esseri e oggetti, agiscono simpoieticamente e decidono in assemblee non regolate da meccanismi di delega e rappresentanza, bensì da processi di mescolanza e ibridazione.
Potrete obiettare che tutto ciò è utopico: lo è nella misura in cui non è distopico. Io preferirei dire: tutto ciò è fantascienza femminista e potrebbe diventare tecnoscienza a beneficio di tutt*, non-umano compreso.