Narrative, teorie, economie – Francesco Monico

Il progresso accelerato e la pervasività del paradigma economico formano uno scenario nel quale tutto è spiegato dalla tecnologia e dal pensiero calcolante-razionale. Tutto è calcolo e interesse

di: Francesco Monico

Francesco Monico con il suo libro Invulnerabile, l’immaginario magico, il rigore razionale ci conduce in un viaggio attraverso il pensiero, dal XX secolo a oggi, al fine di nutrire di nuove visioni e idee lungimiranti il nostro futuro vivere insieme. Si ringrazia l’editore Heraion per la possibilità concessa.

 

 

 

La società ipermoderna che abitiamo è caratterizzata da un progresso radicale e accelerato e da una complessità e pervasività del paradigma economico. Il Dio è morto pronunciato nel XIX secolo era una maniera per dire che la teologia non spiegava più il mondo, oggi nel XXI secolo tutto è spiegato dalla tecnologia e dal pensiero calcolante-razionale. Tutto è calcolo e interesse.

Nel XX secolo due scuole di pensiero combatterono questa narrativa: la Scuola sociologica e marxista di Francoforte e la Scuola economica e neoliberista di Vienna. A vincere fu il gruppo viennese, la cui visione dell’individuo, dello stato, della società dell’economia è oggi egemone.

La Scuola di Francoforte elaborò un riscontro al capitalismo noto come Teoria critica. Per approssimazione l’oggetto può essere descritto come il manifestarsi delle aberrazioni della cultura, psicologia e politica umana dalla prima guerra mondiale in poi, anni in cui le improvvise accelerazioni della tecnica disorientavano. I francofortesi più noti sono Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, Eric Fromm, Jürgen Habermas, e anche Walter Benjamin, utilizzarono un mix di filosofia, sociologia e psicanalisi per riflettere lo sviluppo della società tecnica nelle sue forme economiche e politiche.

Analizzavano non la struttura, marxianamente intesa come forme economiche alla base di qualsiasi espressione umana, ma la sovrastruttura, ossia le forme immaginarie e mitiche attraverso cui la soggettività umana accetta e giustifica la struttura. Ovvero quell’immaginario che risolve il moderno e oggi l’ipermoderno. E la chiamarono Dialettica dell’illuminismo, la cui tesi fu che la società tecnologica si descrive come razionale, ma è del tutto irrazionale e pur se appare funzionale all’utile è disfunzionale al raggiungimento della felicità.

La sua forma è democratica, ma il suo sistema produttivo-distributivo è iniquo e quindi produce un governo totalitario, infatti essa concentra ricchezza e tecnologia crescente nelle mani di un numero decrescente di persone. La continua tensione storicoculturale a descriverci all’interno di un tempo lineare viene definita progresso e ha portato a un saldo nesso tra produttività e distruzione, liberta e repressione.

Un paradigma del progresso, realizzato all’interno di un sistema tecnologico che affranca gli esseri umani dalle necessità della sopravvivenza reprimendo il bisogno di una liberazione personale, si incardina come effetto e causa nella produzione-consumo di beni non del tutto utili, se non totalmente inutili e intenzionalmente obsolescenti, e ha bisogno per sopravvivere di modificare i bisogni pulsionali e libidici sostituendoli con bisogni artificiali e possesso di beni.

Gli si oppose la Scuola di Vienna la quale fece propria la riflessione all’economia nota come Marginalismo. È questo un metodo che prescinde dal considerare aspetti di tipo culturale, ma che esamina solo il comportamento razionale del soggetto economico. Nel 1871 Carl Menger pubblica Principi fondamentali di economia, e intorno a questo lavoro si andò formando la scuola. Nasce la Teoria neoclassica secondo la quale gli individui si percepiscono vincolati al reddito e le imprese massimizzano i profitti all’interno di meri fattori di produzione.

La Scuola di Vienna nacque parallela alla dissoluzione della mitteleuropa, con la fine della prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’impero quando l’Austria fu colpita da una profonda crisi economica e sociale seguita da un lungo periodo di instabilità politica che mise in scena uno spettacolo originale e paradossale — la democrazia che uccide se stessa. Freiheit vor allem, l’idea che la libertà economica venga “prima di tutto”, cominciò a emergere nei pamphlet di questo periodo.

In Socialismo (1922) Ludwig von Mises sostenne che le libertà di impresa e di scambio sono pilastri della democrazia, e che limiti costituzionali devono essere imposti ai governi per impedire che la volontà del popolo minacci le libertà dei cittadini. Nacque la teoria degli “opposti totalitarismi”, sulla quale Friedrich von Hayek e Karl Popper con La Società aperta e i suoi nemici (1945), costruiranno una macchina di propaganda negli anni a venire. I promotori erano sociologi, economisti ma anche e soprattutto nobili, aristocratici, ricchi, colti e introdotti in società.

Menger, Ludwig von Mises, von Hayek, Gottfried von Haberler, sostenevano che era necessario un esercizio di lobbing e di pubbliche relazioni. Questi economisti frequentarono le reti del potere dei banchieri, finanzieri, industriali, mecenati, filosofi, chi poteva finanziare, e quindi occuparono cattedre universitarie nel mondo, assunsero cariche ministeriali, presidenze di organismi bancari e di intermediazione globale, creando in nuce quello che oggi è chiamato derin devlet o deep state.

Ovvero organizzazioni che grazie ai loro poteri economici, culturali, strategici condizionano l’agenda pubblica, sia alla luce del sole che di nascosto a prescindere dalle strategie politiche degli Stati del mondo lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Pur essendo degli accademici non furono in grado di prevedere il crack americano del 1929 di cui diedero la colpa al socialismo. Ma la verità fu che la loro formula liberista basata sul libero commercio, pareggio di bilancio, minime restrizioni agli scambi, stabilizzazione del sistema aureo, riduzione dei salari, della spesa pubblica e dei sindacati fece precipitare la situazione.

E fu invece il New Deal di Franklin Delano Roosevelt e John Maynard Keynes, da loro descritti come “socialisti”, che salvò e rilanciò l’America. Quello che è certo è che durante la crisi Von Mises, uno degli esponenti di spicco dei “viennesi”, propose di contrappore un internazionalismo liberista a quello socialista in vigore ormai fin dalla rivoluzione russa.

Anticipando di fatto quel “globalismo” che avrebbe iniziato a diventare egemone dal 1989 e che sarebbe diventato una vera “ideologia della globalizzazione econonomica”. Dagli anni trenta si legarono con la Fondazione Rockefeller tramite cui finanziarono programmi formativi e stages in america. La borghesia industriale del XX secolo aveva bisogno di una teoria atta a servire i suoi interessi, questa teoria fu fornita dalla Scuola di Vienna.

Nell’agosto 1938 il filosofo francese Louis Rougier, von Hayek e Lippmann organizzarono a Parigi il Colloquio Walter Lippmann, qui prese forma l’idea di creare un’organizzazione stabile e fu proposto il termine neoliberalismo che divenne neoliberismo. Nel 1944 Von Hayek ottenne una grandissima popolarità in USA con il libro La via della schiavitù in cui metteva in guardia dal pericolo del socialismo.

Nel1947 nella omonima città svizzera naque la Mont-Pèlerin Society, presenti von Mises, Popper, Frank Machlup, Michael Polanyi, Bertrand de Jouvenel, Wilhelm Ropke, Alexander Rustow, e americani come Lippmann, Milton Friedman, George Stiegler. Tra i suoi membri figurarono anche gli italiani Luigi Einaudi e Bruno Leoni che ne fu presidente.

Tra i fondatori di questa società vi erano Friedman, Frank Hyneman Knight e Stiegler, tre fondatori e docenti della Scuola di economia di Chicago, le cui idee erano 1) che il cittadino è più protetto dal mercato piuttosto che dallo stato. 2) Che gli Stati Uniti sono i guardiani della libertà planetaria. 3) Che gli Stati Uniti hanno il ruolo storico di rendere il loro modello economico globale. Nacque un sodalizio tra gli economisti della scuola di Vienna e di Chicago, e gli interessi si intrecciarono con quelli del governo americano e delle funzioni governative quali Cia, Pentagono e Wall Street. In questa Scuola di economia di Chicago vengono formati i Chicago boys, un gruppo di economisti cileni di spicco intorno agli anni settanta e ottanta, alcuni provengono anche dall’affiliata Pontificia università cattolica del Cile.

In America Latina assunsero posizioni in numerosi governi sudamericani all’interno dei quali, in qualità di consulenti economici, molti di loro raggiunsero posizioni di rilievo, inclusa la sanguinosa dittatura militare del Cile di Pinochet. Il Cile e il Sud America più in generale fu quindi utilizzato dalla Scuola di Chicago come territorio test di quelle politiche economiche che diventeranno prassi di riforma neoliberista con il termine Washington Consensus e che quindi saranno imposte in tutto il mondo dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Nel 1973 con la crisi petrolifera e la susseguente disoccupazione la Scuola di Chicago pubblicò nuovi dossier, report e libri, aggregò nuovi studiosi. Emerse un gruppo affiliato alla New York University che con il supporto economico della Koch Foundation ne divenne il nuovo nucleo operativo. Parallelamente il neoliberismo si attestò in Gran Bretagna sotto forma del’Institute of Economic Affairs (Iea) con il supporto della British Petroleum e Barclays, del Daily Telegraph, Times e Financial Times per contrastare i pianificatori statali e i socialisti. Nacque anche l’Atlas Economic Research Foundation.

Così fu che negli anni ottanta del Novecento si concluse la messa a terra del neoliberismo che divenne pensiero egemone in tutte le università occidentali, nei ministeri economici, finanziari e impose un protocollo standard ai paesi che avevano bisogno di prestiti. Questo protocollo si chiamò Washington Consensus (quello inventato dai Chicago Boys in Cile) e prevedeva: 1) proprietà privata come dogma; 2) privatizzazione delle aziende statali, 3) politica fiscale a tutela del management 4) riaggiustamento della spesa pubblica a scapito della sovranità monetaria dello stato, 5) riforma del sistema tributario, 6) determinati tassi di interesse e di cambio, 7) liberalizzazione del commercio e delle importazioni, 8) apertura di investimenti esteri sul territorio nazionale, 9) abolizione delle regole che limitano la competività, ovvero la deregulation.

Questo protocollo fu codificato nel 1989 da John Williamson, fondatore di una delle associazioni più influenti il Peterson Institute for International Economics, sostenuto dalla Ford Foundation e dall’Italiana Cariplo.
Il 1989 fu un anno segnato da due eventi epocali. Il 20 marzo 1989 Tim Berners Lee, un informatico inglese, depositò al Cern di Ginevra un brevetto che riguardava la scrittura dell’Ipertesto e proponeva una originale sigla www, ovvero world wide web. Quindi il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino.

Lo storico inglese Eric Hobsbawn parlerà di secolo breve, infatti non sarebbe terminato con il fatidico anno 2000, ma prima tra il 1989 e il 1991, quando cioè, proprio in seguito alla caduta del muro di Berlino, l’Unione Sovietica si dissolse trasformandosi in Russia e quando grazie al brevetto del world wide web venne pubblicato il primo sito web. Ciò non implicò la mera nascita di un differente sistema geografico e di uno strumento di navigazione e archiviazione innovativo, ma soprattutto l’affermarsi del capitalismo come unica forma di pensiero globale.

Perché la nuova rete, di ampiezza mondiale, permise l’affermarsi di un pensiero finanziario unico, che è la cifra storica della globalizzazione. Infine tutto ciò fu sancito nel 2007 dall’avvento dello smartphone, un dispositivo informatico portatile che combinò funzioni di telefonia mobile e funzioni informatiche portando la globalizzazione nel palmo di tutti. Il primo smartphone in assoluto, chiamato Simon, fu progettato dalla IBM nel 1992, ma questo dispositivo assunse la sua forma definitiva nel 2007 con la presentazione dell’iPhone della Apple.

Questa macchina permise a milioni di esseri umani di interagire in un ambiente isomorfico tascabile che sancì la nascita della globalizzazione. In questa globalità le società non sono più rappresentabili nel senso che perdono la struttura connessa per classi, solidarietà, grandi gruppi, grandi partiti, per cui la rappresentanza non è più possibile, rendendo fragile la dimensione sovrana delle comunità locali.

La globalizzazione si presenta come naturale, dovrebbe avere una portata ideologica, ma in realtà sembra essere più un dislocamento del potere. De-regulation significa mercati che non possono essere regolamentati dallo stato, ma che utilizzano lo stato affinché faccia regole a favore del mercato. La politica deve tradursi in un governo per il mercato perché il neoliberismo diventa la razionalità politica dei mercati. Le forze politiche diventano variabili dipendenti dai mercati, si allineano alle volontà mercantili che sono rappresentati e pilotati da enti transnazionali i quali dirigono i governi senza apparire, decidono sovranamente senza limite costituzionale, incidono sui governi facendo opera di lobbing. La tendenza diventa così quella di desovranizzare gli stati nazionali.

La domanda è se le democrazie in questa finanziarizzazione vengano dissolte disfacendo la sovranità nazionale. Di fatto il capitale trasferisce le sedi delle decisioni esternamente ai parlamenti nazionali, lo fa attivando organi sovranazionali non elettivi come la Banca Centrale Europea, e attivando organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale a cui sottendono un’infinita serie di “agenzie” valutative, tecniche, consultive. In questo modo si recide il nesso tra le autorità monetarie e politiche, si rendono autonome le banche centrali, si traslano prerogative a organismi sovranazionali,
si smantellano le tutele del lavoro nel nome della competitività.

La crisi e l’emergenza vengono impiegate come strumenti per imporre senza discussione parlamentare quelle che sono scelte prese dall’economia e non dalla politica. Questa tendenza iniziata timidamente dopo la seconda guerra mondiale, visse una costante accelerazione dal 1989 con la caduta del muro di Berlino, ed è stata guidata nel bene e nel male dal potere finanziario degli USA.

Succede così che negli anni venti del ventunesimo secolo si attua l’esautoramento della politica da parte del mercato globale, in un’ubiquitaria decomposizione dello stato sociale. Competitività senza frontiere, esigenza del capitale, produzione al prezzo più contenuto possibile nel nome della libertà. Nel 1989 è stato appunto cantato il trionfo della libertà in una visione lineare e progressiva, invece controintuitivamente questa gloria della libertà ha portato al tramonto dello stato sociale in un classico sistema di circolarità significante. Siamo in una società non tanto post-democratica quanto non-più-democratica.

I processi di globalizzazione coincidono con i mercati e si compie la disintermediazione tra popoli ed economie. Si profila così un’epocale sostituzione delle classi lavoratrici e dei ceti medi con procedure, macchine atte a queste procedure, intelligenze dell’artificiale e sistemi a feedback funzionale ovvero process learning, supercomputer, chat GPT, fondi finanziari e monete elettroniche.

La globalizzazione quindi sembrerebbe rifunzionalizzare lo stato moderno in uno stato che governa non il mercato ma le procedure e le funzioni delle macchine del mercato. Il 7 febbraio 1992 viene siglato l’Accordo Maastricht che inaugurò l’applicazione del Washington Consensus sul territorio europeo.

Nel belpaese tutto avvenne alla luce del sole, nel mare di Civitavecchia, vicino Roma, il 2 giugno 1992. Il lussuoso yacht Britannia, di proprietà della famiglia reale inglese, era ancorato nelle acque del porto. A bordo si tenne una riunione tra rappresentanti del mondo finanziario anglosassone ed esponenti di peso della poltica e dell’economia italiana. Tra loro c’erano rappresentanti dell’Eni, dell’IRI, Mario Draghi che all’epoca era Direttore Generale del Tesoro, e poi ancora funzionari e dirigenti dell’Ambroveneto, del Crediop (che poi confluirà in Intesa San Paolo così come l’Ambroveneto), delle Generali, della Società Autostrade, Il Presidente del Consiglio Giuliano Amato. La missione che portarono a casa fu un piano di riduzione del debito incassando le privatizzazioni delle aziende pubbliche.
Draghi non disse che in Gran Bretagna la Tatcher aveva attuato un piano di privatizzazione simile e i poveri erano diventati più poveri e i ricchi più ricchi.

La Scuola di Francoforte con la sua analisi sociofilosofica dell’immaginario tecnico era ormai dimenticata, mentre la Scuola di Vienna con la sua celebrazione del pensiero calcolante razionale era egemone nelle università e trionfava a livello poltico e in una costellazione di potere globale, in un vero e proprio derin devlet / deep state.