

[italian below]
During the opening days of the Venice Art Biennale, Palestinian interdisciplinary artist Dalia Jacobs participated in JUST! – Bodies, Relationships, and Rights in Space, the international symposium on spatial justice organized by IUAV University of Venice. The symposium brought together international artists, researchers, curators, and practitioners to reflect on the relationship between bodies, ecologies, space, and rights through artistic, theoretical, and performative practices.
At the symposium, Jacobs presented Migrant Soil, an installation reflecting on migration, land, and the unequal conditions that shape mobility and belonging. The work begins from soil as a material commonly tied to origin, territory, and identity, but here presented as displaced — carried on fabric that acts as a temporary and fragile ground. The soil becomes material in transit, detached from fixed territory while still holding memory of place.
The installation takes the form of an enclosed structure that cannot be entered, only observed from the outside. This spatial condition reflects systems such as borders, airports, and checkpoints that regulate who can move freely and who is excluded. Inside the structure, a projection and an audio piece remain visible and audible yet inaccessible, creating a condition of distance between the viewer and the contained space.
The projected video presented within the installation is part of an ongoing collaboration between Dalia Jacobs and Ludovica Anzaldi developed through the project Reclaiming Venus, filmed in Sicily. The audio element includes excerpts from Denied Entry, a performance developed in collaboration with Andi Dhima and presented during Umbra Project Festival in Greece, where Jacobs reflects on experiences of detention, denied entry, and deportation.
Through soil, sound, projection, and spatial restriction, Migrant Soil creates what Jacobs describes as a “contained territory”: a space that functions as land or zone while remaining enclosed, controlled, and inaccessible. The viewer encounters the work from outside, positioned in relation to distance, restriction, and partial visibility.
The installation forms part of Jacobs’ ongoing artistic research rooted in the exilic Palestinian experience and shaped by years of movement across the Mediterranean. Working across photography, performance art, video, and immersive audiovisual installation, her practice moves between the personal and political, exploring how histories of displacement are carried within bodies, landscapes, and everyday gestures. Through material and spatial interventions, Jacobs reflects on migration, grief, resilience, memory, and belonging.
[Italian]
Dalia Jacobs presenta l’installazione “Migrant Soil” a JUST!, il simposio sulla ‘giustizia spaziale’ a Venezia, nell’ambito della sua ricerca in corso come artista e studentessa dell’ Advanced Program in Contemporary Public Art presso l’Accademia Unidee.
Durante i giorni di apertura della Biennale d’Arte di Venezia, l’artista interdisciplinare palestinese Dalia Jacobs ha partecipato a JUST! – Corpi, Relazioni e Diritti nello Spazio, il simposio internazionale sulla giustizia spaziale organizzato dall’Università IUAV di Venezia. Il simposio ha riunito artisti, ricercatori, curatori e professionisti internazionali per riflettere sulla relazione tra corpi, ecologie, spazio e diritti attraverso pratiche artistiche, teoriche e performative.
Al simposio, Jacobs ha presentato “Migrant Soil”, un’installazione che riflette sulla migrazione, la terra e le condizioni di disuguaglianza che plasmano la mobilità e l’appartenenza. L’opera prende spunto dal suolo, un materiale comunemente legato all’origine, al territorio e all’identità, ma qui presentato come dislocato – trasportato su un tessuto che funge da terreno temporaneo e fragile. Il suolo diventa materia in transito, distaccata da un territorio fisso pur conservando la memoria del luogo.
L’installazione assume la forma di una struttura chiusa, inaccessibile al pubblico, osservabile solo dall’esterno. Questa condizione spaziale riflette sistemi come confini, aeroporti e checkpoint che regolano chi può muoversi liberamente e chi ne è escluso. All’interno della struttura, una proiezione e un’opera audio rimangono visibili e udibili, ma inaccessibili, creando una condizione di distanza tra lo spettatore e lo spazio confinato.
Il video proiettato all’interno dell’installazione fa parte di una collaborazione in corso tra Dalia Jacobs e Ludovica Anzaldi, sviluppata nell’ambito del progetto ‘Reclaiming Venus’, girato in Sicilia. L’elemento audio include estratti da ‘Denied Entry’, una performance sviluppata in collaborazione con Andi Dhima e presentata durante l’Umbra Project Festival in Grecia, in cui Jacobs riflette sulle esperienze di detenzione, diniego d’ingresso e deportazione.
Attraverso la terra, il suono, le proiezioni e la limitazione spaziale, Migrant Soil crea quello che Jacobs descrive come un “territorio contenuto”: uno spazio che funziona come terra o zona pur rimanendo chiuso, controllato e inaccessibile. Lo spettatore incontra l’opera dall’esterno, posizionato in relazione alla distanza, alla limitazione e alla visibilità parziale.
L’installazione fa parte della continua ricerca artistica di Jacobs, radicata nell’esperienza palestinese in esilio e plasmata da anni di spostamenti attraverso il Mediterraneo. Attraverso la fotografia, la performance art, il video e le installazioni audiovisive immersive, la sua pratica si muove tra il personale e il politico, esplorando come le storie di sradicamento siano veicolate da corpi, paesaggi e gesti quotidiani. Attraverso interventi materiali e spaziali, Jacobs riflette su migrazione, dolore, resilienza, memoria e appartenenza.
Pubblicato il: 21.05.2026