Salvatore Iaconesi, artista e designer

Un breve ricordo dell'artista che aveva partecipato – in veste di mentore insieme alla compagna di una vita Oriana Persico – a una Residenza Unidee nel 2015, dal titolo: Ubiquitous Infoscapes

di: redazione

Salvatore Iaconesi rappresenta un artista, un teorico e un pensatore critico dei possibili sviluppi della tecnologia. Con Oriana Persico ha dato vita a un duo artistico che ha prodotto varie esperienze e riflessioni sul contemporaneo tecnologico: in Art in Open Source Her: She Loves Data, danno vita a un centro di riflessione culturale che mediante gli algoritmi e l’intelligenza artificiale crea processi di accelerazione culturale. Umanistico è il progetto di vita Angel_F, una Intelligenza Artificiale bambina come algoritmo. Un’indagine sulle relazioni parentali, familiari, naturali, e i temi dell’amore, della solidarietà, della comunità, della partecipazione, della trasformazione umana e sociale.

Ma è la Cura che porta Iaconesi a identificarsi completamente con l’arte. Un’opera in cui il soggetto si fa dispositivo artistico. E’ un appello alla condivisione “open source” di una cura che può distaccarsi dalla semplice pratica della prescrizione/somministrazione del pharmakon. Salvatore dopo la diagnosi della malattia ha riallocato il suo corpo in una dimensione artistico-partecipativa che può avvenire solo quando un libero scambio di informazioni permette a tutti, nell’immenso ed eterogeneo panorama delle opportunità, di accedere alle informazioni indispensabili per raggiungere – per l’appunto – una giusta cura.

La Cura rappresenta una performance artistica che per milioni di persone poteva sembrare un appello, ma per lui era semplicemente la malattia che elevata a opera d’arte diventava dispositivo di indagine e ricerca di un contemporaneo; ovvero i dati e le segretezze a essi impropriamente associate, la mancanza di una condivisione globale delle pratiche mediche, l’espropriazione digitale del corpo, l’organicizzazione dell’essere  e la sua riduzione a codice. Un’opera d’arte in cui si sfumano i confini dell’autore e dell’opera, ovvero dove l’opera coincide con l’artista e con il concetto stesso di arte. Un artista che ha fatto della propria vita un tutt’uno con la ricerca artistica fino a far coincidere il suo esserci con l’opera d’arte, un presente che continuerà con la narrativa messa in atto dal suo stesso diventare opera d’arte.

Visita il sito de La Cura

Con la Fondazione Pistoletto aveva partecipato – in veste di mentore insieme alla compagna di una vita Oriana Persico – a una Residenza nel maggio 2015, dal titolo: Ubiquitous Infoscapes. L’obiettivo era esplorare come i dati e le informazioni siano ovunque. Infatti arricchito di informazioni, il paesaggio fisico diventa “infoscape”, ovvero un paesaggio di informazioni.

Qui una intervista dove Iaconesi parla della residenza.

 

Il Direttore dell’Accademia, Francesco Monico, che nel corso degli anni ha collaborato con Iaconesi, lo ricorda così:

“Come studioso tra filosofia, arte e tecnica ho condiviso una cultura che si faceva con Salvatore, quella dei media studies e della conseguente trasformazione sociale. Incontrato per la prima volta all’epoca dei collettivi informatici, conosciuto nella scena hacker, abbiamo discusso assieme del G8 di Genova. Quindi fu, con Oriana Persico, tra i primi artisti italiani ad aderire agli incontri promossi dal Planetary Collegium, il primo programma di ricerca dottorale PhD per artisti e autori dei cultural e media studies. Dava il suo contributo in appassionate discussioni con Roy Ascott, Derrick de Kerckhove, Pierluigi Capucci, e dell’allora presente Antonio Caronia. Salvatore era sempre e comunque una certezza, quella del dibattito critico, della riflessione aperta, della visione creativa sulle cose importanti di questo primo XXI secolo. Per questo possiamo dire che l’Accademia Unidee della Fondazione Pistoletto eredita quindi anche il suo contributo, perché sicuramente ha dato il suo contributo al lavoro dell’Accademia sul rapporto tra umanità, tecnologia, innovazione sociale e gli studenti studieranno le sue esperienze artistiche.” (Francesco Monico, Direttore Accademia Unidee – Fondazione Pistoletto)

 

In un’intervista del maggio 2020 – in pieno lockdown – Iaconesi così rispondeva ad una domanda del giornalista, parlando proprio del suo progetto La Cura:

Giornalista: La cura allora diventa un qualcosa di non riconducibile solamente alla fase di malattia, dividendo così malato e non malato, bene (il non malato) e male (la malattia), ma diventa una concezione generale, uno stato filosofico più profondo: la cura come modo di vivere nel mondo, come organismo all’interno di un corpo sociale. Mi sembra il vostro ragionamento vada in questa direzione.

Salvatore Iaconesi: «Esattamente. Per esempio, la “terapia” è molto diversa dalla cura. Nella terapia, uno prescrive e somministra all’altro: prendi queste pastiglie; fai questi esercizi; o altro. Nella terapia non c’è neanche strettamente il bisogno di stabilire un rapporto: hai i dati e, in base a quelli, prescrivi e somministri. È un rapporto amministrativo, burocratico. Che può essere quello che serve in certi contesti, eh? Ma è bene ricordare a cosa si riferisce: è una cosa che afferisce al dominio dell’utilità in cui sulla base dei dati (ad esempio, clinici) si calcola che “medicine” somministrare. È un rapporto solo nel senso in cui dei numeri entrano in rapporto tra loro in una funzione: un rapporto “calcolante”.

La cura, invece, è tutta diversa. Perché innanzi tutto è fondata quasi esclusivamente sul rapporto. Io stabilisco un rapporto con te e, in base a quello, facciamo una serie di azioni. Incluse, per esempio, delle terapie. Ma non solo. Certo, “prendersi cura” può voler dire anche amministrare delle terapie. Ma non solo. C’è questo elemento del rapporto, della relazione che cambia tutto. Innanzitutto perché nella relazione si è almeno in due. E anche la cura è per tutti e due. Quando “mi prendo cura” di te, fa bene anche a me! Quando mi prendo cura di qualcuno o qualcosa, anche quel qualcuno o qualcosa si sta prendendo cura di me, in più di un senso: lo sanno con certezza tutti quelli che fanno volontariato, giardinaggio, restauro o che si prendono cura del parente anziano, o cose del genere. Quando si parla di malattia, questa cosa è ancora più scioccante, perché si può immaginare addirittura di stravolgere i ruoli. Il paziente che “cura” il medico: eresia! Ed è un peccato che lo sia, e che la maggior parte delle volte i medici si debbano ridurre ad amministratori di terapie. Perché, invece, nella cura, l’esistenza del rapporto rende tutto più umano, dignitoso e soddisfacente per tutti. La cosa ancor più interessante avviene, però, a livello epistemologico. Perché nella dimensione della cura ciò che viene trasformato è il modo stesso in cui si conosce. Perché la cura presuppone il riposizionamento sia del ricercatore che del ricercato. Il primo non è più chiuso nel suo laboratorio a estrarre dati e tessuti dall’ambiente per fare i suoi esperimenti e calcolarne – nella solitudine e nella separazione – i risultati e le conseguenze. Nella cura il ricercatore è in stretta relazione con la società. Le persone sono i suoi partner, i co-investigatori, persino i co-finanziatori: se pensiamo ai soldi pubblici che vanno alla ricerca, si iniziano a poter fare dei cortocircuiti interessantissimi che riguardano lo scegliere cosa ricercare, come, collaborando con quali parti della società, comunicando dove e come i risultati, e mettendoli a disposizione in quali modi.

Ecco: possiamo dire che tutte le nostre opere d’arte parlano praticamente solo di questo.

 

da Exibart, 8 maggio 2020, La “cura” al tempo del Coronavirus. Intervista a Salvatore Iaconesi e Oriana Persico di Valentino Catricalà.